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01 Settembre 2026

Dall'Ecuador, la storia del piccolo Edgar

Per chi, come me, lavora ogni giorno sul campo, l’inclusione non è un concetto astratto, ma una realtà fatta di persone, ascolto quotidiano e famiglie che affrontano la sfida di non essere lasciate indietro. Una di queste storie è quella di Edgar, un bambino di sette anni il cui percorso racconta bene il senso profondo del lavoro che OVCI porta avanti ogni giorno al fianco delle comunità più vulnerabili. A Piedra Fina, una zona rurale, la vita quotidiana è già segnata da difficoltà legate all’accessibilità e ai trasporti. Per un bambino non vedente come Edgar, però, il contesto geografico rappresentava solo la prima di molte barriere. La più dolorosa si trovava tra le mura della sua vecchia scuola, dove la paura e la mancanza di strumenti adeguati condizionavano il modo di fare lezione. Nel tentativo di proteggerlo da cadute e possibili incidenti, le insegnanti non trovavano altra soluzione che tenerlo costantemente seduto. Mentre lui sognava di correre dietro a un pallone da calcio, una delle sue grandi passioni, e i suoi compagni imparavano a leggere, scrivere e fare di conto, Edgar viveva un’esperienza scolastica lenta e passiva. Il suo viso raccontava tutta la tristezza di quella situazione.

Anche in famiglia la paura dell’ignoto era forte. La casa era percepita come l’unico luogo davvero sicuro e l’idea di affidarlo a una scuola ordinaria preoccupava profondamente i suoi genitori, che si chiedevano se il mondo esterno sarebbe stato in grado di accoglierlo e valorizzarne le capacità.

La svolta è arrivata quando l’équipe del programma di Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria ha incontrato la famiglia di Edgar. Grazie al lavoro congiunto dell’educatrice specializzata Banesa Vera e della promotrice Betsy Mosquera, è iniziato un percorso graduale di accompagnamento. Edgar ha imparato a scrivere in Braille e a utilizzare l’abaco per la matematica. Ed è stato proprio durante questo percorso che abbiamo scoperto, con grande gioia, che non avevamo davanti un bambino con difficoltà di apprendimento, come si era pensato, ma un bambino con una mente brillante e una memoria straordinaria. Ma la vera sfida non consisteva soltanto nell’insegnare a Edgar: era necessario trasformare anche l’ambiente intorno a lui. Ricordo ancora le parole della madre di Edgar durante il nostro primo incontro di ascolto: “Lui vuole solo giocare, imparare e avere amici come tutti gli altri”. Quella frase è diventata la bussola del lavoro svolto nella scuola Atahualpa del cantone Atacames. L’obiettivo era cambiare prospettiva: non chiedere a Edgar di adattarsi alla scuola, ma mettere la scuola nelle condizioni di accoglierlo. La lavagna è diventata così anche uno strumento tattile e uditivo, grazie all’utilizzo di materiali in rilievo, testi in macrotipo e oggetti concreti.

Parallelamente, attraverso il lavoro sull’orientamento e sulla mobilità, Edgar ha imparato a muoversi autonomamente tra l’aula, il cortile, il bagno e la presidenza. Oggi percorre quei tragitti da solo e saluta per nome le persone che incontra. Un ruolo fondamentale lo hanno avuto anche i suoi compagni di classe. Attraverso il lavoro di sensibilizzazione, hanno imparato, ad esempio, ad accompagnarlo offrendogli il braccio anziché la mano. E hanno scoperto in Edgar un fantastico narratore di storie e il più grande appassionato di canzoni della scuola.

ecuador edgar 1

Non è stato un percorso privo di ostacoli. All’inizio le risorse erano scarse, il tempo per la pianificazione limitato e diversi insegnanti temevano di sbagliare o di non avere gli strumenti necessari per accompagnare Edgar nel modo migliore. Il lavoro dell’équipe è stato quindi anche quello di affiancare la scuola, condividere strategie e costruire, passo dopo passo, maggiore fiducia nelle possibilità dell’inclusione.

Oggi Edgar non è più il bambino costretto a rimanere seduto. Frequenta con successo la scuola ordinaria, partecipa alle lezioni, affronta la matematica con l’abaco e legge con la tavoletta Braille. È appassionato di storia e di fisica e ha tre migliori amici che lo cercano sempre durante la ricreazione. E, durante le ore di educazione fisica, ha finalmente realizzato il suo sogno: giocare a calcio insieme agli altri. Ama così tanto la sua scuola che persino restare a casa per un giorno a causa della febbre gli sembra una noia insopportabile. La storia di Edgar dimostra che la vera inclusione non consiste semplicemente nell’aprire la porta di un’aula. Richiede presenza, strumenti adeguati, formazione e una rete comunitaria capace di accompagnare il cambiamento. Perché quando la scuola cambia il proprio modo di guardare a un bambino, anche quel bambino può finalmente sentirsi libero di imparare, giocare e crescere insieme agli altri.

Fanny Tenorio
Coordinatrice SIBC (Sviluppo Inclusivo su Base Comunitaria) 

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